Il chirurgo sciamano, riflessioni su una medicina più umana

DiDott. Luigi di Tommaso

Il chirurgo sciamano, riflessioni su una medicina più umana

Autore: dott. Luigi Di Tommaso

Quando si è o ci si crede malati, il bisogno di cercare conforto in un esperto nei misteri del male, capace di infondere speranza, è un bisogno antico, istintuale, più vecchio di quanto non sia l’uomo stesso. Infatti, studi di etnologia e di neuroscienze fanno risalire questo sentimento, questo bisogno, ai primati non umani. Ne è dimostrazione di questo il dato che si verifica l’attivazione delle stesse aree corticali sia nello “spulciamento” sociale dei primati che nell’incontro col guaritore (il medico) negli uomini d’oggi.
Speranza, riconoscimento da parte del medico, atto terapeutico quale ricompensa, tutto ciò ha una sicura base biologica evolutiva.

Il rapporto medico-paziente Caduceo, Medico, Medicina, Farmacia
Ne consegue che il rapporto medico-paziente, è un rapporto fondamentale ed evolutivamente indispensabile come quello uomo-donna, padre-figlio, madre-bambino. Quindi tale rapporto possiamo definirlo archetipico, secondo ciò che intendeva Carl Gustav Jung, è cioè una forma di comportamento potenzialmente innato nell’uomo.
In altre parole, nelle situazioni archetipiche l’individuo sente e agisce secondo uno schema fondamentale a lui proprio che è, però, sostanzialmente uguale in tutti gli uomini.

Un bisogno di cura che arriva da lontano
Per secoli questo rapporto è stato gestito da sciamani e maghi, uomini dotati di poteri divinatori che conoscevano i segreti ancestrali della natura e possedevano i sieri medicamentosi per scacciare gli spiriti che causavano le febbri e per guarire le ferite.
Un tempo si raccoglievano in una sola persona le funzioni curative, e lo sciamano, lo stregone, il saggio greco e cinese, curavano usando sia la parola, sia il cibo, sia il pharmacon (erbe e piante medicinali). Erano i “sacerdoti”, i custodi di questo bisogno.

Il “medico di famiglia”, una figura più recente
Quando qualcuno della famiglia si ammalava, il medico di famiglia veniva a casa, si sedeva al capezzale di chi non stava bene e raccomandava cibi adatti, parlava e faceva parlare per dare sollievo, prescriveva anche farmaci.
Prendeva anche un buon caffè e, dopo un’oretta, andava via lasciando tutti più rinfrancati, sia il malato stesso che gli altri componenti “sani” della famiglia.
Oggi non è più così. La medicina ha perso il suo aspetto “mistico”.

Il complesso rapporto fra medicina e religione 
Nel mondo antico le pratiche mediche e religiose pressoché coincidevano. Nei templi greci dedicati ad Asclepio (per i romani Esculapio) si chiedeva agli dèi la guarigione.
Non a caso Ippocrate proveniva da una famiglia di sacerdoti-medici e si era votato al culto di Esculapio, di cui pretendeva essere un discendente. Ma anche in altre culture antiche, quali soprattutto l’egizia, dominavano le stese idee e gli stessi sentimenti.
Lo stretto rapporto fra religione e malattia ha nella Bibbia ebraica una sua peculiare ragione d’essere: l’idea di malattia è strettamente legata a quella della caduta originaria provocata dal peccato di Adamo ed Eva.
L’idea di fondo non muta sostanzialmente nel cristianesimo che vede in Gesù un medico del corpo quanto dell’anima, i cui miracoli sono soprattutto medici.

Oggi è tutto perduto?
La specializzazione, intesa come attività che si accosta a un settore della realtà con un metodo così «specifico» da non consentire di essere applicato a nient’altro, ha prodotto non solo lo scientismo, il pragmatismo, lo storicismo, ma anche la visione meramente oggettiva, come quella puramente soggettiva delle cose e altri compartimenti stagni.
In altre parole ha prodotto la frammentazione della conoscenza e della attività umana.
Condizionati dal mito del progresso, ci impegniamo a proseguire per quel vicolo (più tecnologia, più conoscenze, più informazione, più scoperte, ecc.). Smarriti nel labirinto della modernità, non possiamo tornare indietro e non vediamo che solo una trasformazione radicale o metamorfosi (metanoia) ci può salvare.
I grandi medici dell’antichità erano tutti anche filosofi e profondamente religiosi.
Tali furono, per esempio, Ippocrate, Galeno, Dioscoride e, in epoche più recenti, i medici della Scuola salernitana e Avicenna.

Il “vero” medico
Il medico quindi, per poter essere veramente tale, per fare corretta diagnosi, corretta terapia e corretto insegnamento, dovrebbe possedere la miglior conoscenza scientifica, sorretta da una visione filosofica profonda (inclusa la morale professionale), e da un atteggiamento veramente religioso, non esteriore né dogmatico.
Oggi i rapporti tra medicina e religione sono prevalentemente percepiti o discussi in termini di controversie.
La religione spesso è considerata un’interferenza rispetto alla possibilità di raggiungere quel benessere e quella felicità che nuove tecnologie mediche promettono, ovvero come un richiamo ai limiti della libertà di scelta individuali.
In realtà le cose non sono così scontate. Certo, con l’avvento della medicina scientifica e la messa in discussione del paternalismo medico in occidente, la religione viene tematizzata culturalmente come pertinente solo alla sfera personale del paziente e del medico. Questo punto di arrivo è stato anche una conquista civile.
Nondimeno è utile notare e anche capire che l’aspetto religioso non è marginale, ma bensì parte fondamentale di quel “magico” rapporto medico-paziente.

La potenza dell’effetto placebo 
Può il corpo umano guarire da asma, ipertensione, dolori cronici e malattie cardiache semplicemente assumendo acqua fresca, o pillole di zucchero?
Sostanze con azione farmacologica (un sonnifero, uno stimolante, ecc.) hanno effetto sull’organismo anche se somministrate all’insaputa della persona. Ma, paradossalmente, vale anche l’inverso: sostanze inattive talvolta hanno effetto se vengono presentate al paziente come efficaci.
È ben noto, infatti, che il solo fatto di sottoporsi a una forma qualunque di terapia giova ai pazienti: è il cosiddetto effetto placebo. È noto inoltre che l’effetto placebo viene solitamente potenziato se nell’ambito della prestazione che coinvolge medico e paziente intervengono anche degli strumenti, perché anche la coreografia ha la sua documentata importanza.
Il fonendoscopio, lo sfigmomanometro, il diafanoscopio acceso con appiccicata una radiografia, l’ecografo, il macchinario della TAC o della RM sono componenti scenografiche tutt’altro che indifferenti.
Se dunque la fiducia nell’atto medico è fondamentale nell’evocare la reazione globalmente positiva del nostro organismo (in primis del nostro cervello), non deve allora sorprendere che l’intervento chirurgico possa promuovere un effetto placebo di particolare portata, dato che in genere nessuno si fa operare se non ne è profondamente convinto.
La chirurgia è insomma di per sé un powerful symbol of healing, un potente simbolo di guarigione.
Ci si è mai soffermati, per esempio, sul perché della scomparsa dei sintomi addominali registrabile in molti pazienti cui è stata tolta una cistifellea o un’appendice considerate colpevoli dei disturbi ma trovate poi normalissime sia dal chirurgo in corso di intervento che dall’anatomopatologo che esaminerà successivamente il pezzo operatorio?
L’effetto placebo è sorprendente.

Il valore del “rito”
Ma per il miracolo occorre una cerimonia! Inizia la cerimonia: il chirurgo entra nella stanza filtro.
Qui dovrà spogliarsi dei suoi abiti “laici”, liberarsi degli oggetti ordinari (orologi, collane, anelli…) e indossare i vestiti cerimoniali (camici puliti della sala operatoria, mascherina e cappellino chirurgico).
Ora il chirurgo deve purificarsi, in gergo tecnico si dice “lavarsi”. Tramite una soluzione disinfettante laverà la mani e l’avambraccio fino al gomito.
Ora che il chirurgo è “lavato”. Si può procedere alla sua vestizione con gli indumenti sterili. L’addetto alla sala operatoria passa al chirurgo il camice sterile e successivamente i guanti. Anche in questa fase, naturalmente, il chirurgo non deve toccare nulla e non deve essere toccato nella sua parte anteriore del corpo (sacralità ed intoccabilità).
Ora il chirurgo è pronto. Si incide la cute del paziente con il bisturi. La cerimonia ha inizio. Avviene finalmente il rito. Perché di un vero è proprio rito si tratta: l’unico aspetto “rituale” e “sacrale” che forse resta alla medicina moderna. In questo modo il chirurgo si trasforma in un sacerdote, in un moderno sciamano, reincarnando, lui solo, l’archetipo del guaritore che abbiamo collettivamente perduto.

(tratto da “Ho visto cose che noi umani” di P. Biglioli, Ed. Novecento)

 

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